Cambodia or bust n. 8 – 21 gennaio 2014

Domnak Chamboak – 21 gennaio

L’ultimo giorno a Kep. L’ultimo giorno con i nostri bambini, in questo viaggio. La giornata inizia presto (come al solito, ormai direi). Alle 7 Olivier e Sokkea sono già pronti e prendiamo il nostro Tuk Tuk che ci porta dalla Don Bosco Guesthouse al nostro centro di Domnak Chamboak.

Sono circa 6 km di strada in parte asfaltata (nella striscia centrale) ed in parte ancora sterrata, nelle due striscie laterali. Quando qualcuno ti sorpassa nella parte sterrata gusti tutto il sapore della terra cambogiana, che ti rimane in bocca anche dopo che hai abbondantemente bevuto.

Lungo la strada c’è tutto il via vai degli studenti nelle loro divise con pantaloni o gonna blu e camicia bianca. I più grandi si muovono tutti in bicicletta. I più piccoli vengono accompagnati dai genitori in motorino, come se fosse una specie di pullman collettivo da tre o quattro passeggeri. E’ tipico da queste parti vedere motorini con intere famiglie a bordo.

Commentavamo con un amico che in Italia, quando una coppia ha il primo bambino, scatta già l’acquisto della station wagon. Qui ci sono famiglie con quattro figli che viaggiano serenamente su un motorino 50 cc di cilindrata. Non si sa bene come facciamo, ma ci riescono.

Arriviamo al Centro giusto in tempo per la mia prima lezione di inglese, con Roumdoul nell’aula esterna. I bambini del mattino, anche se in media sono più piccoli di quelli del pomeriggio, sono un pochino più avanti. Con Roumdoul decidiamo di affrontare le espressioni What, which, where, when, why (e because). Piano pianino, ma tutti seguono. Anche i più piccolini copiano tutto quello che scrivo alla lavagna e ogni tanto qualcuno mi chiede di spostarmi perché ostruisco la visuale. Questo primo gruppo è quello costituito dai bambini che sono supportati dal centro e che non sono ancora inseriti nel gruppo dei Sostegni a distanza.

La seconda ora di lezione è con il gruppo nell’aula interna del Centro, fatto dai bambini che sono inseriti nel programma Sostegni a Distanza (SAD). In realtà è una suddivisione fittizia perché ci sono sia quelli che hanno già un sostenitore sia quelli che sono in attesa del sostegno. E man mano To (il ragazzo cambogiano che vive presso il Centro e che è stato il primo insegnante di questi bambini, sotto il grande albero vicino alla pagoda del villaggio) sta compilando i profili dei bambini in modo da mandarceli affinchè possiamo trovare il SAD. Il Centro, pur con tutta la volontà dello staff, al momento ridotto all’osso (tre persone di cui 1 part time), e pur con tutti i nostri sforzi, riesce a dare un supporto minimale perché le risorse sono ridotte. L’ingresso del SAD dà quel plus che permette di assistere meglio i bambini e di supportare anche la famiglia. Inoltre, al Centro accedono attualmente 95 bambini, contro i 77 che dovrebbero essere ufficialmente inseriti nel programma (50 per il Centro oltre a 27 SAD), quindi le risorse vengono comunque distribuite su un numero più alto di bambini. E fintanto che i bambini chiedono di frequentare le lezioni al Centro e dimostrano di voler effettivamente imparare, ci riesce difficile dire di no; ma prima o poi sarà necessario diventare selettivi su questo, in modo che le risorse vengano impiegate in modo razionale e produttivo per chi ha davvero voglia di studiare. Non è certo un compito facile quello di chi deve decidere questo e vanno delineate regole chiare, da spiegare anche alle famiglie e ai bambini.

Anche la seconda lezione del mattino scorre via veloce con un ripasso del verbo essere e dei soggetti in inglese.

Verso le 10 sospendiamo le lezioni per una pausa per i bambini e per poter fare le foto di alcuni di loro per completare le biografie per il programma SAD. Tutti approfittano per chiedermi una foto. E’ un continuo ripetere “Muy tiat” – “un’altra”, per chiedere ancora uno scatto della mia macchina. Riesco anche a farmi fare una foto con la piccola Kemheng in braccio. I suoi occhi sono stupendi, neri neri, ed è uno scricciolino che a mia sensazione peserà si e no 12-13 chili. Ormai ha vinto tutta la paura dei primi giorni, in cui le era difficile perfino incrociare il mio sguardo.

Prima di lasciare andare i bambini a casa (oggi ce la siamo presa tutti un po’ comoda con le lezioni), distribuiamo le coperte comprate per loro, per aiutarli a proteggersi dalle temperature decisamente fresche (per noi) fredde (per loro) che ci sono durante la notte ed al primo mattino.

Uno a uno vengono chiamati e si presentano davanti a me con un inchino e le mani giunte in senso di ringraziamento “Okun Franco” “Okun Loak Kruu”. E’ una vera gioia donare a questi bimbi. Il senso di gratitudine traspare in ogni loro comportamento e ti riempie il cuore.

Giunti ormai alla fine della mattinata è arrivato il momento dei primi saluti di questo viaggio in Cambogia. Qualcuno scappa veloce verso casa, ma quando i compagni gli gridano che li sto salutando per tornare a casa, torna veloce sui suoi passi.

Li invito tutti a studiare sempre più sodo e a fare lavorare i loro insegnanti. Qualcuno ha la faccina triste perché vorrebbe che restassi. Quando dico che chi vuole mi può dare un abbraccio guardano Sokkea, quasi a vedere la sua reazione, e quando lui fa un cenno per dir loro che possono, mi arrivano addosso quasi tutti assieme in un meraviglioso abbraccio collettivo. Sono emozionato ma felice di questo che è il più bel grazie che potessi ricevere da loro. I più piccoli sono quelli che fanno più fatica a staccarsi. “Chumriaplia”, arrivederci. Ciao. Ciao, mi rispondono replicando in italiano al mio saluto. Le ultime foto mentre loro corrono verso casa e si girano salutando ancora con la mano. Dentro è davvero un senso misto di gioia e di voglia di rivederli al più presto.

Il pomeriggio inizio la lezione con il gruppo SAD, nell’aula interna. Ci sono ragazzine un po’ più grandi del mattino. Affrontiamo i numeri e insegno loro il trucco per imparare rapidamente a contare fino a cento e oltre. Rimangono un po’ stupiti dalla semplicità del meccanismo.

All’esterno intanto è scattata l’operazione pulizia capelli (con tutto quello che nei capelli si annida). All’inizio qualche bambino è perplesso, ma una volta che i primi si lasciano fare il trattamento, anche gli altri si gettano nella mischia (e proprio di mischia si tratta, sembra di essere ad una partita di rugby dove tutti hanno i capelli bianchi di shampoo). Dopo il lavaggio i bambini, più belli che mai, si mettono in posa per le foto. Sentono i capelli leggeri e le bambine si divertono a girare veloci su se stesse e vedere i loro lunghi capelli che volano al vento. Sprizzano vitalità e felicità da ogni poro.

Mentre la kermesse capillifera è in pieno svolgimento vedo che due bimbe parlottano tra di loro e mi guardano continuamente. Mi fanno capire che hanno qualcosa per me. Sorrido e loro si fanno avanti e mi consegnano una scatolina fatta a mano in cartoncino, con un bigliettino appiccicato sul fronte con alcuni disegni, delle scritte in khmer e dei numeri che non capisco se sono dei numeri di telefono o dei numeri della fortuna. Una è la piccola Loehm Tiheng, che per tutto il periodo non mi si è mai avvicinata e che ogni volta che tentavo di fotografarla si nascondeva. Sempre un po’ seria. Dell’altra non so nemmeno il nome. Sono davvero dolci. Apro il pacchetto: una penna biro, un pacchetto di chewing gum, una lametta da barba, un piccolo portafortuna verde che rappresenta un insetto e un paio di calze sportive Adidas. Vorrei mangiarmele di bacetti ma opto per una più sobria stretta alle loro manine e un piccolo abbraccio. Sono contente che il regalo mi sia piaciuto e continuano a parlottare tra loro con un bellissimo sorriso sulle labbra e i loro occhietti sprizzano davvero felicità.

Appena tutti sono in grado di rientrare in aula, iniziamo la distribuzione delle coperte anche per loro, perché ormai si avvicina l’ora del loro ritorno a casa e del mio saluto. Si ripete il rito già percorso al mattino, con la chiamata uno ad uno dei ragazzi e ragazze e l’inchino a mani giunte quando consegno loro la coperta. “Okun Franco” “Okun Loak Kruu”, qualcuno ancora mi chiama Loak Kruu, maestro.

Quando arriva il momento di salutarci,spiego anche a loro che devo rientrare in Italia. Vedo diverse facce corrucciate. Perché Franco non rimane con noi? “Non preoccupatevi, spero di tornare molto presto, forse tra qualche mese”. L’abbraccio di tutti è nuovamente emozionante e dolcissimo. Qualcuna più grandicella si tiene un pochino a distanza e non trova il coraggio di abbracciarmi. Sorrido e faccio capire loro che il saluto per me vale come un abbraccio. “Chumriaplia”.

Presto il Centro è vuoto e il silenzio suona strano. Ultime foto con To. Un abbraccio. “Sei una forza To. Continua così”. Roumdoul ha dovuto scappare a casa perché fa ripetizioni di khmer e inglese ad alcuni studenti dopo il lavoro al Centro. Chiedo di chiamarla e fermarsi a fare una foto e un saluto anche con lei. Ci viene incontro in bicicletta. Giusto il tempo di un abbraccio e una foto. “Good-bye father”. Mi ha “adottato” come papà. Già al centro mi aveva consegnato una lettera dolcissima per ringraziarmi e ringraziarci di quanto stiamo facendo per i bambini e per loro. Capitale umano. Sentimenti profondi. Amo questa terra e amo questa gente perché hanno cuore e riconoscenza e io sto imparando tanto da loro, dal primo momento in cui ho messo piede in questo Paese.

Lungo la strada del ritorno stanchezza e ricordi si mischiano. Ho negli occhi le immagini della festa, nel cuore gli abbracci, nelle orecchie i saluti dei bambini. Mi mancano già. Ripenso a Sompoa, la prima di tutti i bimbi che nei giorni scorsi aveva trovato il coraggio di abbracciarmi che non voleva lasciarmi andare ed aveva le lacrime agli occhi. Penso alla nostra piccola e stupenda Kemheng e all’invito da parte dei suoi genitori a stare da loro la prossima volta che torno quaggiù. Penso a Tony e alla sua famiglia, con cui Stefania e Daniele in brevissimo tempo hanno stabilito uno stupendo rapporto. Penso al dolcissimo Peu, il ragazzino che ha problemi motori ma che la mamma non manca mai di accompagnare al Centro. A Rattanak, il bimbo orfano che attraverso Ste e Lele siamo riusciti a mandare in Sostegno a distanza in questi giorni. La piccola Dany. Decisamente mi mancano tutti. Mi mancano le loro manine che cercano le mie. Mi mancano i loro occhietti neri e vispi, un po’ impauriti dalla mia mole ma tanto curiosi di scoprire chi c’è veramente dietro quel faccione da “barang” (il nome con cui vengono di solito indicati gli occidentali). Mi mancano i loro “hello Franco” gridati dalla bicicletta, di ritorno da scuola o dalle loro case quando cammino per il villaggio…….
“Chuap knia kai pram bay”
“Ci vediamo ad agosto”……. spero….

Remember…… Cambodia or bust….

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