Cambodia or bust n. 5 – 15 gennaio 2014

Don Bosco Guesthouse, Kep 16 gennaio 2014, ore 23.00 locali

Eccomi qui di nuovo di fronte al computer per condividere con voi tutti che ci seguite questa ennesima intensa esperienza cambogiana.

I viaggi fatti in Cambogia anni (questo è tutto sommato solo il quarto), sono stati tutti di una intensità incredibile.

Questa volta sono, o meglio siamo venuti (dato che con me ad aiutarmi ci sono Stefania e Daniele, due persone che sto imparando ad apprezzare sempre più giorno dopo giorno), con un fardello di responsabilità in più, rispetto alle altre volte, con la responsabilità di supportare un centro che oggi ospita 95 bambini. 50 (chi ci segue da tempo ormai lo sa) seguiti direttamente dal centro, 27 supportati attraverso il Sostegno a Distanza, oltre a 18 “ospiti” che vogliono a tutti i costi far parte del gruppo e studiare qui da noi (e come fai a dire di no? Le nostre fotografie di questi giorni, con quegli occhioni splendidi, ne sono la più diretta testimonianza).

Il progetto è molto giovane e veramente questi bambini hanno bisogno di tutto. Siamo alla ricerca di sostenitori per poter dare a questi bambini almeno le cose basiche per avere una speranza decorosa di vita. Le famiglie fanno ovviamente quello che possono, e le situazioni non sono certo tutte uguali e ugualmente disastrose, ma girando soprattutto in questi due ultimi giorni per le case dei nostri bambini, ci siamo davvero resi conto che questa gente ha bisogno di tutto. Da vestiario ad acqua pulita da poter bere, da cibo che non sia solo riso bollito a un aiuto per dare un futuro ai figli nell’istruzione. Le condizioni di vita di queste persone NEL 2014, gridano veramente vendetta al cospetto dell’Altissimo (e non a caso vi scrivo queste righe da una delle case dei Salesiani qui in Cambogia).

Ogni passo qui è difficile anche per noi, perché ti rendi conto della responsabilità grande che ti porti dietro quando ti muovi in un ambiente così “vergine”, così al limite della sussistenza, così vicino al suolo, che ogni piccolo movimento, ogni piccola donazione ogni piccola attenzione, può fare davvero una grande differenza, ma al tempo stesso se non gestita adeguatamente e con equilibrio può andare a sconvolgere gli assetti sociali e le relazioni di una comunità.

E vi assicuro che questa responsabilità, che già sentivo alla partenza per questo viaggio di monitoraggio del progetto, la sento più che mai sulle spalle adesso, dopo qualche giorno che sono qui con i bambini, con lo staff, con le famiglie.

I bambini sono una spinta fortissima, con il loro affetto, i loro sorrisi, la loro voglia di imparare ogni cosa che gli porti del tuo bagaglio. Ogni volta che uno di loro viene a farmi vedere il quadernetto, per verificare se hanno scritto tutto giusto, copiando quello che ho scritto alla lavagna, mi emoziono. Ogni volta che mi salutano, dopo la lezione con le loro manine giunte, me li mangerei di abbracci. Quando poi qualcuno di loro trova il coraggio (tenete conto che qui per i bambini è molto difficile esprimere i loro sentimenti, come un po’ in tutta la cultura del sudest asiatico), di abbracciarmi o di afferrarmi le mani e stringerle in segno di riconoscimento per l’aiuto che diamo loro, non vi dico cosa c’è nel cuore…..

Abbiamo fatto tanto in questi 5 mesi da quando il centro è stato aperto e i ragazzi qui sul campo fanno un gran lavoro, ma restano ancora veramente tante, tante cose da fare.

Questi ultimi due giorni sono stati dedicati poco all’insegnamento e tanto a conoscere i bambini e le loro famiglie. E’ un lavoro che richiederebbe molto più tempo di quello che abbiamo, ma almeno abbiamo tentato, con Stefania e Daniele, e con l’aiuto fondamentale di Sokkea e dello staff (in particolare To e Romdoul) di andare a toccare con mano alcune situazioni (e nemmeno le più critiche) e la riflessione che avete appena letto è quello che ne origina.

Ieri mattina (15 gennaio), mezza giornata di libertà con tutti i bambini che frequentano il centro al mattino e gita sulla spiaggia di Kep. Partenza dalla Don Bosco Guesthouse alle 6.30 con Sokkea, per andare ad organizzare il trasporto con due TukTuk (Long Tuk Tuk). Quando arriviamo al centro i bambini sono già caricati a mille. Qualcuno purtroppo deve rimanere a casa perché non è arrivata l’autorizzazione firmata dai genitori. Ci piange il cuore, ma non possiamo fare diversamente.

All’arrivo alla spiaggia sembra di essere allo sbarco di Anzio, con i bambini che si catapultano giù dai Tuk Tuk. Ben presto i primi coraggiosi sono in acqua, completamente vestiti. Le ragazzine sembrano più attratte dalle venditrici di piccoli souvenir che sono sul marciapiede che costeggia la spiaggia. Alcune hanno dei piccoli rotoli di banconote cambogiane (la moneta cambogiana è il Riel, 4000 Riel per 1 dollaro USA) e incomincia a fare acquisti; qualche braccialetto, qualche anellino, qualche cerchietto per i capelli.

Al che, a papà Franco viene la brillante idea di comprare un regalino per la piccola Kemheng. Non ve lo sto a raccontare, come si usa dire, ma nel giro di 12 secondi si scatena il putiferio con tutte le bambine che mi guardano con i loro occhioni per avere anche loro un piccolo ricordino da portare a casa. Ben presto la situazione è totalmente fuori controllo, con bambini che agitano oggetti presi a caso dalle ceste delle venditrici, le venditrici che continuano a gridarmi numeri in cambogiano di quanti Riel debbo loro per gli acquisti dei bambini……… Un vero delirio…….. Adesso ho capito perfettamente perché qui, quando devono distribuire qualcosa ai bambini li irregimentano tutti in perfette file stile esercito… Alla fine ne vengo fuori saldando rapidamente i miei debiti con le assatanate venditrici e sospendendo le contrattazioni alla Borsa di Kep che si erano scatenate……..

Alle 10.30 circa siamo già di nuovo al centro, perché la scuola del pomeriggio attende i bambini.

La temperatura è abbastanza fresca e tira una bella arietta.La fine mattinata ed il pomeriggio lo dedichiamo ad andare a trovare le famiglie di Kemheng e di Tony. La casa di Kemheng è poco distante dal centro. Casa di legno, a due piani, abbastanza grande, ma come tutte le case di queste zone rurali con praticamente niente dentro, se non un pancone per dormire e un magazzino dove tenere il riso che coltivano per la sussistenza. L’incontro con la famiglia è molto tranquillo. Kemheng è timidissima e sta sulle sue, sfuggendo alla mia macchina fotografica, se non per fare una foto tutti insieme davanti a casa. Ci sono anche due fratelli più grandi. Lei è la più piccola di 6.

Nel pomeriggio Daniele e Stefania aspettano l’arrivo della loro Tony. Mamy Stefania, come è già stata ribattezzata da Tony, è già al settimo cielo. Arriviamo alla casa, dopo una sosta alla scuola, dove la mamma di Tony ha una bancarella dove vende piccole cose agli alunni (snack, quaderni, penne……. Non pensate ad un negozio, ma piuttosto ad un pancone con sopra qualche articolo da vendere, qua e là). Ci sono anche i nonni, contentissimi di conoscere questi italiani che vengono fin quaggiù a trovare quei bimbi che hanno deciso di “adottare” a distanza. C’è la sorella più piccola di Tony, Dany (o Dalin, come viene chiamata di solito), mentre la terza bambina della famiglia è ancora a Scuola. Il papà non c’è perché è a lavorare. Qualcuno alla nostra destra si arrampica su una palma e presto arrivano le noci di cocco, con tutto il loro succo da bere. Qui siamo nella natura allo stato puro. Tra sorrisi e piccoli racconti il tempo trascorre in fretta e presto è ora di tornare al centro, dove una macchina sta aspettando per riportare Sokkea a Phnom Penh. Ci si saluta con l’appuntamento al giorno dopo per andare al mercato a fare un po’ di acquisti con le due bimbe.

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