Vania Piludu, la nostra seconda volontaria in Cambogia, ci invia alcuni spunti sulla sua esperienza di volontariato a Domnak Chamboak.

Ho conosciuto Vania nei corsi ISPI frequentati quest’anno sul project management e sul fundraising. Da subito è rimasta affascinata dall’attività che con la nostra piccola Onlus stavamo portando avanti e sin dalle prime chiacchierate è emersa la sua grande voglia di fare esperienza all’estero come volontaria. Era febbraio, quando ci siamo incontrati la prima volta, e il progetto Kep era proprio nelle prime fasi di gestazione, ma da subito Vania mi diede la sua disponibilità ad essere una delle volontarie pronte a partire per dare supporto al progetto. Lei veniva già da esperienze importanti fatte in Africa e portava con sè, oltre al suo inesauribile entusiasmo, anche la sua passione per la fotografia, un saggio della quale è visibile nei nostri calendari da tavolo 2014, che riportano 12 degli scatti in bianco e nero che Vania ha fatto durante la sua permanenza al nostro Centro di Domnak Chamboak, provincia di Kep. Pur messa duramente alla prova, quando ha dovuto gestire l’intero centro da sola per una settimana, perchè i ragazzi che solitamente lo gestivano erano tutti ad un corso di formazione a Phnom Penh, non si è tirata indietro ed ha dimostrato grande capacità di adattamento e fantasia nel gestire i vivaci alunni. Brava, Brava, Brava. E grazie davvero per il tuo lavoro a Domnak Chamboak. Qui di seguito trovate una diretta testimonianza del suo periodo a Kep.

Franco Farao

Presidente A Smile for Cambodia Onlus

Lettera dalla Cambogia (di Vania Piludu)

15 ottobre 2013. Il giorno tanto atteso è arrivato! Finalmente sbarco all’aeroporto di  Phnom Penh.

Ad aspettarmi, con un cartello con su scritto ‘VANIA’, c’è Mr Chin Sokkea, referente di “A Smile for Cambodia Onlus” nonché presidente e fondatore di Shade for Children NGO, organizzazione no profit che opera a livello locale. Con lui c’è Mr. Piseth Mey educatore che collabora con l’associazione. Entrambi mi accolgono con una gentilezza a cui non sono abituata e per me la Cambogia inizia così. Si partirà verso Kep la mattina seguente.

Kep è una cittadina relativamente turistica che si trova nel sud della Cambogia, sulla costa del Golfo di Thailandia; la piccola scuola dove incontreremo i bambini è invece a circa cinque chilometri da lì, nel villaggio di Domnak Chamboak, in una zona rurale abitata per lo più da famiglie di contadini e dalle mucche che ogni tanto pascolano nei campi.

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E’ un paesaggio bellissimo, da rimanere a bocca aperta: risaie verde pennarello a non finire e sull’unico cocuzzolo c’è pure una pagoda tutta colorata che sorge davanti ad un grotta, dove vive una comunità di pipistrelli.

Ecco, insegnerò qui, in mezzo al verde più brillante che io abbia mai visto.

In Cambogia il sistema scolastico pubblico (teoricamente gratuito per tutti) non manca, ma per poter accedere alle lezioni bisogna che i bambini paghino giornalmente l’insegnante, così accade spesso che le famiglie ci  mandino i loro figli solo fino a quando se lo possono permettere.

La scuola pubblica è aperta per l’intera giornata, ci sono lezioni sia alla mattina che al pomeriggio e i bambini la frequentano a rotazione. Il Centro diurno di Kep si inserisce in questa alternanza con lo scopo di prevenire l’abbandono scolastico e di offrire al maggior numero possibile di ragazzini l’opportunità di frequentare gli insegnamenti di lingua Khmer e di imparare l’inglese che nelle scuole pubbliche o non viene insegnato o viene insegnato solo con ulteriori costi per le famiglie.

Il Centro è gestito dalla ONG locale “Shade for Children”, il cui nome tradotto significa “Ombra (intesa come riparo) per i bambini” a significare il senso di protezione (quale l’ombra come protezione dal sole) che Shade for Children ha voluto dare alla propria missione nei confronti dei bambini.

Al mio arrivo il Centro è aperto da circa due mesi. Il nome Shade for Children, che Mr. Sokkea ha voluto per la sua organizzazione, è anche la diretta traduzione del desiderio che ha messo in moto la realizzazione di questa piccola scuola. Tutto è iniziato, infatti, circa 10 mesi prima, quando avventurandosi per caso in questi luoghi, Mr Sokkea si imbatte in circa quaranta bambini che, all’ombra di un albero di mango, ascoltano la lezione d’inglese di un maestro improvvisato.

Questa storia mi ha commosso perché è una delle tante prove che il desiderio smuove le montagne, poiché, grazie anche all’aiuto dall’Italia di “A Smile for Cambodia Onlus”, la struttura viene completata in pochissimo tempo. Se sotto l’ombra dell’albero c’erano circa quaranta bambini, ora con un tetto ce ne stanno complessivamente più di cento, durante tutto l’arco della settimana.

Nel Centro di “Shade for children” non ci sono solo i ragazzini ma c’è anche Mr. To.

Lui è  il maestro che insegna Khmer ed inglese a circa cinquanta alunni ogni giorno e poi ci sono io, ma come posso contribuire?

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Mi dicono che sarebbe necessario insegnare  un po’ di inglese, ma gli studenti non mi conoscono , devo dunque inventarmi qualcosa, soprattutto quando, per motivi di forza maggiore, rimarrò l’unica insegnante per una settimana. L’idea di gestire da sola un’intera scuola di appena due classi, all’inizio, mi ha un po’ preoccupata, ma subito mi sono accorta che dietro a questa difficoltà si stava nascondendo una grande opportunità.

Bene, mi sono detta, spazio all’immaginazione! Mia e dei miei piccoli alunni.

Attraverso i giochi, il disegno e il teatro abbiamo imparato un po’ di inglese, ma soprattutto ci siamo conosciuti un po’ di più, divertendoci tanto.

Scopro che ai bambini piace molto disegnare e alcuni sono proprio bravi.

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Rimango anche molto stupita dalle capacità atletiche che alcuni dimostrano di possedere: ogni cinquanta minuti c’è un intervallo e loro si scatenano, saltano, corrono, lottano e io mi chiedo da dove esca fuori tutta questa energia. Tuttavia, appena la pausa finisce corrono disciplinatamente in classe per un’altra oretta.

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L’esperienza a Kep è stata per me preziosa e spero che sia la prima di una lunga serie.

Qui ho imparato che quando la scuola è sentita come propria, perché i bambini partecipano attivamente non solo alle lezioni, ma anche alle pulizie e alla manutenzione, la si frequenta più volentieri. Per carità non è tutto rose e fiori, a volte manca anche l’indispensabile, ma qualcosa noi occidentali la possiamo comunque imparare, perché né qui, né in Zambia, dove sono stata precedentemente, ho conosciuto un bambino che non volesse frequentare le lezioni.

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E mi risuona ancora in testa il saluto recitato in coro quando è ora di tornare a casa:

“Hello teacher……  see you TOMORRRROW!”

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